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Lorenzo Maio Personal Trainer

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Una camminata non si misura solo in chilometri e dislivello

25/08/2026 09:33

Redazione

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Una camminata non si misura solo in chilometri e dislivello

“Quanti chilometri sono?”“Quanto dislivello c’è?”Sono quasi sempre tra le prime domande che mi vengono rivolte quando propongo una camminata. E le capisco

“Quanti chilometri sono?”
“Quanto dislivello c’è?”

Sono quasi sempre tra le prime domande che mi vengono rivolte quando propongo una camminata.

E le capisco perfettamente. Quando si decide di partecipare a un’attività è naturale voler sapere a cosa si va incontro. Chilometri, dislivello, durata e difficoltà sono informazioni importanti.

Ma nel tempo mi sono accorto che, spesso, dietro quelle domande ce n’è un’altra, forse ancora più importante:

“Secondo te, ce la posso fare?”

Ed è proprio da qui che nasce il mio modo di preparare e presentare le esperienze di Camminata Sportiva e Nordic Walking che propongo nella natura.

Chilometri e dislivello sono importanti. Ma non raccontano tutto

Quando preparo una camminata, i numeri li guardo eccome.

Studio il percorso, valuto distanza, dislivello, pendenze, fondo, tempi, punti più impegnativi e possibili criticità. Cerco di capire non soltanto quanto dovremo camminare, ma soprattutto come quel percorso potrà essere vissuto.

È una parte fondamentale della mia preparazione.

Le attività che organizzo nascono anche dalla conoscenza del territorio in cui vivo: Buti, la sua Valle, il Monte Pisano e il Monte Serra sono luoghi che frequento, conosco e che continuano a ispirare le mie proposte.

Conoscere un territorio significa anche saper leggere una salita oltre il numero che compare su una traccia GPS.

Perché 300 metri di dislivello possono raccontare qualcosa del percorso, ma non raccontano da soli la pendenza, il terreno, il ritmo necessario, le condizioni della giornata o come quella salita verrà percepita dalle persone che la affrontano.

Una camminata non è una linea tracciata su una mappa.

Ci sono salite che richiedono più tempo, terreni che fanno cambiare il passo, momenti nei quali è naturale fermarsi, bere, recuperare, osservare il paesaggio o aspettare qualcuno del gruppo.

Per questo, nelle mie proposte, preferisco spesso indicare la durata dell’esperienza, insieme a una descrizione chiara dell’ambiente e dell’impegno richiesto.

La durata non è un tempo da battere.

È il tempo che ritengo necessario per vivere quell’esperienza con il giusto margine.

E soprattutto tiene conto di una variabile che nessuna traccia GPS può conoscere:

le persone che verranno.

Ogni persona parte da un punto diverso

In una stessa attività può esserci chi cammina da anni, chi pratica Nordic Walking, chi arriva da altre discipline sportive e cerca un allenamento più impegnativo.

Ma può esserci anche chi si avvicina per la prima volta alla Camminata Sportiva, chi ha ricominciato da poco a muoversi o chi semplicemente desidera trascorrere qualche ora nella natura senza sentirsi fuori posto.

Il percorso può essere lo stesso, ma non lo è il modo in cui viene vissuto.

Per questo, quando le caratteristiche dell’attività lo permettono, cerco di adattare ritmo, pause e modalità di svolgimento alle persone che compongono il gruppo.

Questo non significa rendere tutto facile.

E non significa rinunciare alla componente sportiva.

Significa ricordare che dietro ogni passo c’è una persona diversa.

Il numero può influenzare anche le aspettative

C’è un altro motivo per cui non amo mettere chilometri e dislivello al centro di tutto.

Immaginiamo di leggere:

10 km – 500 metri di dislivello.

Possiamo ricevere semplicemente un’informazione tecnica.

Ma possiamo anche iniziare a pensare:

“È tanto.”

“Sarà dura.”

“Non sono abbastanza allenato.”

“Forse non fa per me.”

Non significa che un numero renda automaticamente più faticosa una salita. Ma le aspettative possono avere un ruolo nel modo in cui percepiamo lo sforzo.

Uno studio pubblicato su PLOS ONE ha analizzato proprio il rapporto tra aspettative e percezione dello sforzo durante l’esercizio fisico, mostrando che le aspettative possono influenzare la percezione dello sforzo in determinate condizioni.

E allora vale la pena chiedersi:

perché lasciare che due numeri decidano in anticipo ciò che una persona pensa di poter fare?

Io preferisco fornire le informazioni necessarie senza trasformarle in un ostacolo mentale prima ancora di iniziare.

Affidarsi significa anche questo

Quando una persona partecipa a una mia attività, una parte del lavoro è già stata fatta.

Il percorso è stato studiato.

Le difficoltà sono state valutate.

La durata è stata considerata.

Le possibili criticità sono state immaginate.

Questo, per me, significa fare il mio lavoro.

Affidarsi non significa non sapere.

Significa sapere che qualcuno ha già pensato a molte delle cose alle quali, durante la camminata, non dovrai necessariamente pensare.

E allora puoi concentrarti su ciò che conta:

camminare.

Puoi ascoltare il tuo corpo, trovare il tuo ritmo, respirare, osservare il paesaggio e condividere l’esperienza con le persone che hai accanto.

Camminare nella natura è parte dell’esperienza

Le attività che propongo non sono semplicemente passeggiate.

La Camminata Sportiva e il Nordic Walking hanno una componente tecnica e sportiva che considero importante. Il livello e gli obiettivi possono cambiare, ma il movimento rimane al centro.

E c’è poi il territorio.

Buti, la Valle, il Monte Pisano e il Monte Serra offrono sentieri, boschi, oliveti, salite e discese che permettono di unire allenamento, movimento e natura.

La ricerca sul green exercise, cioè l’attività fisica svolta in ambienti naturali, sta studiando proprio questa relazione.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2026, che ha incluso 51 studi, ha rilevato associazioni favorevoli del green exercise con benessere e affettività rispetto a condizioni senza esercizio, all’esercizio indoor e, in parte, all’esercizio in ambienti costruiti. Gli stessi autori sottolineano però l’eterogeneità di alcuni risultati e la necessità di ulteriori ricerche.

Non significa che una camminata nella natura sia una terapia.

Significa che il luogo in cui ci muoviamo può diventare parte dell’esperienza del movimento.

Ed è proprio questa combinazione che cerco di proporre.

Alla fine, cosa rimane di una camminata?

Certamente rimangono i chilometri.

Rimane il dislivello.

Rimane magari anche il dato registrato dal nostro orologio o dallo smartphone.

Ma rimane anche tutto il resto.

Il momento in cui hai trovato il tuo ritmo.

La salita che sembrava impegnativa e che invece hai affrontato.

Il sentiero che non conoscevi.

Una conversazione durante il percorso.

Un panorama.

Una risata.

La sensazione di essere riuscito a fare qualcosa che prima pensavi non fosse alla tua portata.

Queste cose non entrano facilmente in una traccia GPS.

Ma fanno parte della camminata.

Ed è per questo che continuo a pensare che chilometri e dislivello siano importanti, ma non sufficienti a raccontare un’esperienza.

Dal punto in cui sei, al passo successivo

Non tutti partiamo dallo stesso punto.

Se sei già abituato a camminare, possiamo lavorare per migliorare.

Se sei allenato, possiamo cercare qualcosa di più impegnativo.

Se invece stai iniziando, non devi arrivare già preparato per sentirti parte del gruppo.

Puoi partire dal punto in cui sei.

Il mio compito è conoscere il percorso, valutarne le caratteristiche e creare le condizioni perché tu possa affrontarlo nel modo migliore possibile.

Il tuo compito è molto più semplice:

fare il primo passo.

Poi, se vorrai, ci sarà sempre un passo successivo.

I chilometri e il dislivello servono a me per preparare l’esperienza.

A te serve sapere che quell’esperienza è stata preparata pensando anche a te.

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Riferimenti scientifici

Mothes H., Leukel C., Seelig H., Fuchs R. (2017). Do placebo expectations influence perceived exertion during physical exercise? PLOS ONE, 12(6), e0180434. DOI: 10.1371/journal.pone.0180434.

Liu X., Sun Z., Wang X., Dong D., Samsudin S.B. (2026). Effects of green exercise on mental health: a systematic review and meta-analysis. Frontiers in Psychology, 17, 1802759. DOI: 10.3389/fpsyg.2026.1802759.

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